L’albero di stanze, Giuseppe Lupo, Marsilio, 2015

LupoALBERO_piattoCanvas

A conclusione di una serie di romanzi che hanno disegnato in questi quindici anni il destino delle genti di Lucania durante il lungo e drammatico attraversamento di un tempo sospeso tra il nuovo e l’antico, la fervida e generosa immaginazione di Giuseppe Lupo si condensa in un’unica, inarrestabile ascesa nel silenzio solitario degli uomini e nel racconto che i muri evocano delle generazioni durante tutto il secolo che ormai sta per chiudersi insieme al secondo millennio dopo la nascita di Cristo. Non è una saga questa di una Lucania diventata Lupania e neppure una mitica leggenda, piuttosto un paziente e amoroso rendiconto di una conquista, stanza sopra stanza, piano dopo piano, poi abbandonata per rivolgersi a nuove mete, in un altrove lontano; un bilancio tra storia e memoria dove i conti debbono in ogni caso quadrare, perché ormai vanno chiusi, e anche in fretta, con la vendita di tutta la “casa verticale”, ricorrendo a ogni forza ci venga dal riemergere dei ricordi, mentre le parole svaniscono in un definitivo silenzio. Lupo traccia un bilancio esistenziale e morale che va oltre il rimpianto, sfidando il futuro con l’entusiasmo del sogno e la concretezza del gesto: certo, molto intanto si è perso, scomparso nei tempi che sono stati, ma altro ci aspetta e la memoria così raddoppia la forza e lo slancio; in fondo il meglio ha radici nel passato da dove veniamo, ma le nuove foglie che crescono a primavera sono protese in avanti, alla ricerca della luce del sole. La lingua di Lupo,


ogni volta sorprendente e improvvisa, si accende nell’invenzione metaforica e si rinnova tra storia e memoria, tra ragione e sentimento, tra fede e convinzione: la civiltà della tradizione, che pure scomparve nel millennio che è stato, resiste caparbia nella sete di vita dei suoi avventurosi nipoti e, quindi, ci possiede e ci appartiene persino oltre se stessa. Di questa epopea Lupo, conL’albero di stanze, si conferma appassionato e sincero testimone, autentico e luminoso cantore, in un romanzo che segna con dolente e sofferta coscienza la conquista di una vita nuova. cesare de michelis

Estratto della recensione di Daniele Piccini su L’Indice:

Non c’è dubbio che il romanzo più recente dell’autore lucano rappresenti il suo tentativo più ambizioso. In perfetta continuità con la maniera che lo ha reso riconoscibile al lettore, l’autore si confronta qui più apertamente che altrove con i temi della memoria e del racconto, declinati a partire da una vicenda familiare che si trasforma tuttavia, nel concreto dell’opera, in una sorta di allegoria universale. L’albero di stanze è la grande casa verticale, costruita palmo a palmo, con innesti e deviazioni, dalla famiglia Bensalem, a partire dal capostipite, il bisnonno Redentore. Ma la casa, come il libro non manca di rilevare a più riprese, è “un parlamento di storie”, “una bibbia di fiati”, una “grande impalcatura di storie”. La casa, cioè, è la vicenda vitale di un secolo, il tempo perduto e ritrovato dal suo narratore, non sotto specie di memoria analitica, ma di rievocazione picaresca e fantastica. Sono gli ultimi giorni del 1999 e Babele Bensalem, il discendente della famiglia, fattosi medico e trasferitosi a Parigi (dove vive con la moglie francese e le due figlie), torna all’innominato e indefinito paese dell’epopea familiare, per assistere allo smantellamento della casa secolare. A fargli da guida, l’onnipresente guardiano Crocifossi. I muri parlano, anche se le orecchie di Babele sono chiuse, impedite a sentire i suoni reali. Sentono, tuttavia, quei respiri e quelle storie, si fanno magazzino di una vicenda che è quella di ogni famiglia e di ogni impresa umana. Non si tratta soltanto di preservare, ma piuttosto, raccontando, di liberare dall’involucro, di rendere permanente e vitale la sfida di ogni generazione che si è susseguita sulla terra.

giuseppe-lupo

Giuseppe Lupo è nato in Lucania (Atella, 1963) e vive in Lombardia, dove insegna letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e di Brescia. Per Marsilio ha pubblicato L’americano di Celenne (2000; Premio Giuseppe Berto, Premio Mondello opera prima, Prix du premier roman), Ballo ad Agropinto (2004), La carovana Zanardelli (2008; Premio Grinzane Cavour-Fondazione Carical, Premio Carlo Levi), L’ultima sposa di Palmira (2011; Premio Campiello-Selezione giuria dei letterati, Premio Vittorini), Viaggiatori di nuvole (2013; Premio Giuseppe Dessì) e Atlante immaginario (2014). È autore di numerosi saggi e collabora alle pagine culturali del «Sole 24 Ore» e di «Avvenire».

Annunci